Wabi, sabi, aware, yūgen



“Quando sia quieto e solitario, lo stato d’animo del momento è chiamato sabi. Quando l’artista si sente depresso o malinconico, e in questo particolare vuoto dei sensi ha visione di qualcosa di piuttosto comune e modesto nella sua incredibile “quiddità”, lo stato d’animo è detto wabi. Quando il momento evoca una più intensa, nostalgica tristezza, connessa con l’autunno e con il dileguare del mondo, si parla di aware. E quando la visione è la percezione improvvisa di qualcosa di misterioso e di strano, che allude ad un ignoto impossibile a scoprirsi, lo stato d’animo è definito yugen. Queste parole giapponesi assolutamente intraducibili denotano i quattro stati d’animo fondamentali del furyu, vale a dire del gusto proprio dello Zen nella sua percezione dei momenti senza scopo della vita.”[1]

Il termine furyu, che in giapponese moderno significa “elegante”, era usato nelle poesie del tardo periodo Heian (Giappone, 795-1185), per indicare una visione della vita aristocratica e nostalgica: letteralmente significa “vento e acqua che scorre” e probabilmente lo Zen decise di farlo suo per le idee di naturalezza, istantaneità e bellezza effimera che porta con sé, nonché per la caratteristica del vento di essere sentito ma non visto, e di quella dell’acqua di essere senza forma, tangibile eppur sfuggente. In cinese esisteva invece con lo stesso significato l’espressione feng-liu, “seguire l’acqua e il vento”, utilizzata per esprimere un ideale di vita il più possibile simile a quella della natura; serviva ad indicare infatti come, al di là delle rigide regole del Confucianesimo, bisognasse anche entrare nel torrente della vita come sospinti da una raffica di vento, adattando cioè noi stessi a ciò che il destino ci porta senza lasciarci eccessivamente condizionare dalla razionalità.

Wabi e sabi sono due termini che spesso vengono usati insieme, non solo perché l’ “origine Zen” di entrambi fu il periodo Ashikaga (Giappone, 1333-1568), in cui si iniziò ad utilizzarli per descrivere gli oggetti di fattura rustica e non rifinita privilegiati dalla cerimonia del tè; ma anche perché il loro significato si sovrappone: esprimono entrambi un entrare in contatto con l’anima della natura attraverso le piccole cose, il sentirne la bellezza nel profondo fino a provare una sorta di tristezza malinconica.

Questi due sentimenti sono diversificati solo da alcune sfumature che un animo non allenato (e soprattutto non giapponese) stenta a percepire; comunque, provando a fare una distinzione, si può dire che wabi è suscitato da sobrietà, frugalità, umiltà, da tutto ciò che non è eccessivo o estremo, dall’utilizzo delicato ed elegante di materiali semplici, poveri, grezzi; sabi è tutto questo, però legato anche allo scorrere del tempo: è il muschio che ricopre le rocce, il senso di antico, polveroso, non nuovo o lucido ma opaco, ricco di storia e prestigio, è il fascino dell’imperfezione e delle cose vecchie che pur arrugginite o rotte si mantengono ancora bene, eleganti, maestose.

Mono-no-aware è un espressione che può essere tradotta con “il sentimento delle cose”, anche se il termine aware, che significa “provare pietà, dolersi”, ci rimanda al fatto che il sentimento che le cose ispirano è comunque una sorta di tristezza pungente, nostalgia, malinconia.

Questo concetto estetico nacque in epoca Heian (795-1185), per descrivere la commozione struggente con cui l’uomo, che sente di partecipare della vita della natura e si identifica con essa, viveva lo scorrere del tempo e delle stagioni, la transitorietà, l’effimera bellezza e la precarietà della vita di ogni cosa esistente.

Il termine yugen, infine, che letteralmente si traduce con “leggermente scuro”, ha una vasta gamma di significati. Non serve infatti solo a descrivere il fascino delle cose in penombra di cui non riusciamo a conoscere del tutto i limiti ed i particolari, ma si usa anche con senso più ampio, per indicare ciò che, essendo oscuro, è insondabile, misterioso ed imperscrutabile poiché al di là dell’umana comprensione: un’opera d’arte ci trasmette yugen quando riusciamo a cogliere in essa un bagliore, un’impressione che per un attimo, anche se a parole non riusciremmo mai a spiegare come, sembri rivelarci qualcuno dei segreti dell’universo.

C’è chi sostiene[2] che il nostro termine letterario “simbolismo” sia molto vicino al significato di questa parola giapponese. Quando penso al significato di yugen mi viene sempre in mente una bellissima poesia di Eugenio Montale, il quale forse sentì il bisogno di comporre tale sublime “perifrasi” perché nella nostra lingua, non essendo la filosofia Zen parte del patrimonio culturale, questa sensazione, collegata alla percezione istantanea della reale essenza del mondo che ci circonda, non può essere descritta con un’unica parola. Non solo: questo esempio calza a pennello per farci meditare sulle profonde differenze che intercorrono tra Oriente e Occidente, dal momento che, nonostante il tema del mondo come illusione sia all’origine sia di questa poesia che del sentire yugen, la sensazione di ansia che Montale ci comunica deriva chiaramente dal nostro animo profondamente razionale e non è affatto presente nelle manifestazioni che riflettono la visione Zen delle cose, sempre gioiosa e libera.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.”[3]

L’estetica Zen pone l’accento su tutto ciò che è estremamente sobrio, semplice, quotidiano, spontaneo, onesto, diretto: ad esempio questi momenti che ho tentato di descrivere, in fondo abbastanza banali e comuni alla vita di ogni uomo, sono estremamente importanti e possiedono una specifica parola per essere definiti, poiché sono proprio quelli in cui secondo lo Zen il sé senza forma si manifesta per un attimo, come un lampo, nelle cose che si presentano davanti ai nostri occhi, come ad indicarci che la natura di Buddha è dentro di noi, e che la Via, quindi, è costantemente alla portata di chiunque sia in grado di riconoscerla e va ricercata nella vita quotidiana.

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[1] Alan W. Watts La via dello Zen, pag. 194

[2] Notizia trovata sul sito: http://www.michionline.org/resources/Glossary/ , alla voce yugen.

[3] Eugenio Montale (1896-1981), Ossi di seppia, ed. Mondatori oscar classici e moderni, Milano 2001.


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