Shibui



Il termine Shibui è il primo che vorrei spiegare, perché ritengo sia utile per comprendere gli altri e li contenga tutti; ci rimanda ad un’idea di bellezza quasi completamente ignorata, sottovalutata o sconosciuta nel mondo occidentale, dove siamo abituati a farci affascinare da tutto ciò che, anche solo superficialmente, è proporzionato, liscio, senza difetti, dolce; siamo soliti considerare bello qualcosa che coglie immediatamente l’attenzione e non possegga caratteristiche che disturbino la nostra concezione ideale di perfezione, armonia, ordine, bene; siamo abituati infine a conservare ciò che è bello in una vetrina o su un piedistallo, affinché resti immobile, incorruttibile, sempre uguale. In estremo oriente non è così!

Shibui è un aggettivo che letteralmente significa allappante, cioè “che lega la lingua ed il palato”[1], derivato dal verbo allappare, “allegare i denti, dare alla bocca la sensazione acre che producono i frutti aspri o acerbi”[2], o il vino rosso tannico, giovane.

Proprio in questa parola, che a noi non comunica nulla, è celato il segreto di quella che per i giapponesi è la suprema bellezza ideale, il sapore del kaki verde.

Mangiare una cosa aspra ci toglie per un attimo il fiato, e se prima di pensare “che schifo” ci soffermassimo per un attimo a gustare il resto del sapore, probabilmente scopriremo che in fondo è buono, o comunque particolare. Il fascino di una cosa shibui sta proprio in questo suo essere una forza trattenuta, una bellezza nascosta, velata, non sfacciata ma da scoprire, da intravedere poco a poco, da apprezzare in ogni suo aspetto, su cui soffermarsi per lungo tempo anche se basta un attimo per intuirla.

Da una parte, il fatto che questa bellezza che non si fa annunciare, improvvisa ed inaspettata, non sia evidente subito e a chiunque, rimanda alle idee di riservatezza, eleganza aristocratica e compostezza; dall’altra, il suo essere così diffusa e, non appena scoperta, semplice e senza pretese, dispari, spezzata, imperfetta, fa in modo che tutti possano identificarsi in essa; da un’altra parte ancora, il suo essere viva e non immobile ci aiuta ad apprezzare lo scorrere del tempo, il meccanismo del mondo, la verità della natura.

Bellezza ricca di sfumature, che nulla può corrompere o insidiare perché muta ad ogni istante; non necessariamente giovane, proporzionata, liscia, bensì antica, irregolare, ruvida, questa concezione suprema è difficile da delimitare ma può essere descritta con le parole wabi, sabi, yugen, fukinsei, kanso, koko, shizen, daisuzoku, seijaku, il cui significato spiegherò nei paragrafi successivi.

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[1] Cfr. Vocabolario della lingua italiana, ed. Istituto della enciclopedia italiana Treccani, Roma, 1985.

[2] ibidem


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