Sette caratteristiche dell’estetica Zen



Shin’ichi Hisamatsu (1889-1980, già citato all’inizio di questo capitolo, -estetica Zen-), maestro Zen ed insigne professore di religione all’università di Tokyo, decise di mettere per iscritto le caratteristiche che distinguono l’estetica Zen vera e propria da tutte le altre cose semplicemente ispirate a questa filosofia. Egli definì[1] sette attributi con cui descrivere ciò che è Zen, basandosi sui modi di esprimersi del sé senza forma, che proprio perché rappresentano tale entità indivisa, coesistono senza poter in alcun modo essere in contrasto tra loro; ci stupiremo di come ogni volta, quando l’oggetto o il fenomeno che stiamo esaminando sia veramente Zen, l’individuare anche solo una di esse porti con sé anche la scoperta di tutte le altre: si può affermare dunque che queste sette caratteristiche siano interdipendenti, siano cioè come tante facce di un prisma.

La prima è fukinsei, che in giapponese significa asperità, asimmetria ed è un concetto estetico, completamente opposto al nostro ideale di bellezza classica, che ritroviamo in tutta l’arte estremo orientale, dove il principio che controlla l’armonia di una composizione non è, come a prima vista ci potrebbe sembrare, inesistente, ma semplicemente non regolare. Scoprire in che modo un’opera d’arte riesca ad essere perfettamente bilanciata pur senza dover ricorrere a parametri geometrici, riuscire a vedere bellezza in ciò che è storto, incompleto, dispari, spezzato ed inesatto, sono esperienze che, avvicinandoci alla spontaneità e casualità della natura, provocano un godimento molto più sottile di quello suscitato dal riconoscere nel mondo che ci circonda quelle forme astratte che la nostra razionalità ha studiato come misurare.

La seconda caratteristica è kanso, ovvero sobrietà, che come abbiamo visto prima a proposito del termine wabi, è una delle qualità che suscita maggior apprezzamento nell’animo dei giapponesi, poiché attraverso questo tipo di bellezza estremamente semplice, solida e diretta, ognuno riesce, identificandosi in ciò che vede, a ripiegarsi in sé stesso e da una parte provare un grande senso di armonia ed unione con tutto l’universo, dall’altra percepire la vitalità, la grande tensione all’interno di cose apparentemente immobili e composte. Ma non è solo questo: con sobrietà si intende anche quella semplificazione che lascia spazio alla fantasia, la sintesi di una cosa, o di un concetto, realizzata per mezzo del minor numero possibile di elementi; anche questa poetica dell’assenza è una caratteristica dell’animo estremo orientale in generale.

Al terzo posto, anche se questo è un semplice elenco in cui le caratteristiche non sono in nessun modo in ordine di importanza, troviamo koko, concetto che traduciamo con “austera dignità”, che sta ad indicare l’elegante bellezza della decadenza, che possiamo scorgere nelle cose vecchie, crepate, screpolate, rotte, mangiate dai vermi, con rattoppi, cicatrici, rughe. Molto vicino al significato della parola sabi, anche se koko pone l’accento sul fatto che il fascino di ciò che è annoso e maturo risiede nel suo essere diventato secco, cioè essenziale, ascetico, ruvido, esperto, severo, lontanissimo dalla sensualità tipica della giovinezza.

Shizen, che significa naturalezza, è una delle caratteristiche fondamentali dell’estetica Zen, poiché è il riflesso del processo creativo: come abbiamo visto all’inizio di questo capitolo, la realizzazione di un’opera d’arte il cui contenuto sia la visione illuminata dell’esistenza, deve avvenire senza scopo, in totale assenza di volontà, del sé e di qualsiasi tipo di artificio; tutto ciò che viene prodotto trovandosi in questo stato di grazia sarà di conseguenza simile alla spontaneità della natura, meravigliosamente armonioso, fresco, libero, fluido. Bisogna però assolutamente sottolineare il fatto che questa naturalezza non è simile ai concetti occidentali di innato, naif o istintivo, ma si tratta invece di un modo del tutto particolare, cioè spirituale, di utilizzare una tecnica che abbiamo imparato studiando con impegno e fatica: per realizzare qualcosa che possa essere definito shizen, dopo aver raggiunto assoluta padronanza della tecnica, bisogna imparare a concentrare tutte le nostre forze fisiche e psichiche, a rilassarci, dimenticare noi stessi e lasciare che la creazione accada sua sponte, poiché il nostro io non esiste più in quanto tale, ma si è fuso con la cosa che stiamo realizzando e con tutto quello che ci sta intorno.

La quinta caratteristica è yugen, l’impenetrabile profondità e segretezza trattenuta delle cose, che abbiamo già descritto nel paragrafo precedente.

La sesta è daisuzoku, la libertà da ogni attaccamento, l’abbandono di ogni tipo di forma, di tutti i legami che ci costringono al mondo convenzionale, alle idee, ai sentimenti, il superamento di ogni dualismo. “Se vedi un Buddha, uccidilo!” è una delle tante dissacranti massime dello Zen che, alla ricerca di una totale coerenza che non ammetta eccezioni, quando dice che bisogna superare ogni attaccamento intende anche quello nei confronti dell’idea di Buddha.

La settima ed ultima caratteristica dell’estetica Zen è seijaku, che significa silenzio, quiete, serena compostezza, tutte qualità che servono a rasserenare e rilassare l’animo di chi osserva e provengono dallo stato di profonda concentrazione e meditazione di chi crea. Non dobbiamo però immaginare che questa sensazione di tranquillità sia dovuta a fattori contingenti quali un reale silenzio o immobilità delle cose, anzi, l’effetto del seijaku è molto più evidente e potente laddove riusciremo a scorgere la quiete nel movimento ed il tacere nel rumore, poiché significa che ci troviamo in uno stato mentale in cui nulla può disturbare la nostra pace interiore.

Rimanendo fedele in tutto alla filosofia Zen, Shin’ichi Hisamatsu esprime queste sette caratteristiche sia in forma positiva che negativa, per non ingabbiarle in un’unica definizione e contemporaneamente svelarci i limiti del dualismo indissolubilmente connesso con il linguaggio: presentandoci egli stesso la negazione di questi concetti però, riesce in qualche modo a farli diventare entità libere, che possono muoversi tra ciò che sono e ciò che non sono, confini e parole che, invece che costringerle, ne moltiplicano il significato.

Fukinsei dunque è anche mu-ho, cioè nessuna regola, assenza di qualsiasi organizzazione ordinata.

Kanso è mu-zatsu, ovvero non complessità, essere senza troppe direzioni o interpretazioni, tensione verso il superamento del dualismo.

Koko contemporaneamente è mu-i, che significa indefinito, poiché ciò che ha estinto in sé ogni legame con i sensi finalmente è giunto ad essere pura essenza senza forma, appunto indefinibile.

Shizen trova la sua forma negativa in mu-shin, niente cuore né mente (la parola shin in giapponese ha entrambi questi significati, il che ci dimostra ulteriormente l’enorme diversità di fondo esistente tra questa cultura e quella europea), cioè non forzato da pensieri ed emozioni ma incondizionato, senza scopo, senza volontà.

Yugen è anche mu-tei, senza fondo, infinito.

Daisuzoku è mu-ge, senza impedimenti, non condizionato dalla distinzione tra io e non-io, privo di opposizioni, contraddizioni interne, ostacoli.

Infine, l’altra faccia di seijaku è mu-do, che significa insensibilità, essere privi di qualsiasi emozione sia essa disagio o felicità, poiché qualsiasi forma di coinvolgimento implica ansia, che disturba la quiete assoluta dell’assenza di forma.

Queste dunque secondo lo Zen sono le sette caratteristiche dell’io senza forma, della natura di Buddha, della reale essenza della verità: per questo motivo esse definiscono i contorni dell’estetica relativa a questa filosofia, che non si limita ad essere un criterio artistico, ma coinvolge l’intera esistenza di ogni essere umano.

Per vivere in linea con questa religione o filosofia infatti, non bisognerebbe limitarsi ad utilizzare queste direttive per la creazione di una pittura, di un giardino, di un ikebana[2], di uno haiku, di un lavoro in ceramica o di una piece di teatro No : il seguire l’estetica Zen anche in azioni come la cerimonia del tè e l’arte della spada dovrebbe servire come spunto per applicarla ad ogni gesto della vita quotidiana, per essere sicuri di fare tutto in modo corretto (idea molto importante per la cultura giapponese, che possiede anche una parola apposta per definire questo concetto, cioè kata[3]) ed in armonia con il fluire dell’universo.

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Sia nella conferenza che nel libro già citati nella nota num. 48 di questo capitolo. La fonte da me utilizzata per conoscere queste sette categorie è internet, in particolare i siti http://www.htokai.ac.jp/DA/hvass/seminar99/Zen_aesthetics/Zen_hisamatsu.htmled e http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/hisamatsu.htm ;ed il bellissimo sito http://www.niwa.org/display/Home.asp dell’associazione no-profit “Japanese friendship garden” di San Diego, California.

Ikebana è sia l’arte di disporre i fiori che le composizioni prodotte con quest’arte.

Kata significa forma, sequenza prestabilita. È il modo giusto di fare una cosa, seguendo con attenzione l’ordine delle fasi e la forma, cioè l’utilizzo della giusta dose di forza, il corretto equilibrio nello spostamento del corpo, la fluidità e continuità dei movimenti, il ritmo, l’adeguata respirazione. Fare una cosa nel modo giusto porterà sicuramente ad avere successo.


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