Economia e cultura



Nel corso di questa movimentata epoca Muromachi, alla decadenza politica delle istituzioni di governo si contrappongono una grandiosa crescita economica ed una straordinaria fioritura culturale ed artistica, operate rispettivamente dalla nascente borghesia e dai monaci Zen.

Per quanto riguarda il settore economico, assistiamo in questo periodo ad uno sviluppo in senso capitalistico che implica anche importanti trasformazioni sociali: esso infatti non avvenne ad opera delle famiglie nobili ma dal basso, ad opera della nascente borghesia mercantile. Il fenomeno fu reso possibile da un insieme di fattori: innanzitutto la situazione di generale fermento e mobilità sociale dovuta alla guerra ed alla condizione di indigenza in cui era stata ridotta la vecchia classe dirigente; poi il notevole aumento dei commerci con la Cina patrocinato dagli shogun Ashikaga[1]; infine, fattore indispensabile alla nascita di un capitalismo fu l’introduzione dell’economia monetaria e la conseguente caduta in disuso del sistema del baratto. Il commercio con la Cina fu praticamente l’unico aspetto politico-economico di cui si curarono gli shogun del periodo Muromachi: “poiché gli Ashikaga non volevano perdere i vantaggi dei lucrosi scambi commerciali con la Cina, e la Cina dei Ming desiderava mettere un freno alla pirateria giapponese[2], si escogitò un sistema, nel 1440, dopo decenni di scambi diplomatici da entrambi i lati, per cui un numero limitato di navi giapponesi, provviste di un lasciapassare e dopo aver pagato un tributo alla corte cinese che ne attestava la legittimità, avrebbe fatto la spola tra i due paesi. Tra il 1440 e il 1547 circa ottantaquattro navi giapponesi “contrassegnate” si recarono in Cina. Questo sistema si adattava bene alla convinzione cinese che le altre nazioni del mondo dovessero essere sottomesse all’impero cinese e pagare un tributo se volevano essere considerate parte del mondo civilizzato. Con perdurante vergogna degli storici giapponesi, Yoshimitsu[3] e i suoi successori non solo pagarono il tributo ma accettarono anche l’investitura come “re del Giappone”. Gli Ashikaga, tuttavia, non controllarono molto questo commercio contrassegnato, a parte i primi anni. La maggior parte delle navi era finanziata da altre famiglie importanti di guerrieri, da istituzioni religiose (soprattutto monasteri Zen) o da mercanti privati. I giapponesi non presero in grande considerazione la concezione cinese di un commercio controllato e sottoposto a tributi, e pur di far profitti continuarono a mandare sempre più navi, in più occasioni di quelle previste dall’accordo.”[4] Il controllo di questi commerci sfuggì molto presto al bakufu per finire nelle mani degli shugo dei territori sud-occidentali; in particolare, dopo la guerra Onin ci fu un monopolio di esso da parte delle famiglie Ouchi e Hosokawa, in competizione tra loro.

Nel 1467, allo scoppiare dei tumulti di Onin, il monaco Zen Sesshu Toyo, che si trovava presso la famiglia Ouchi a Yamaguchi, si imbarcò su una di quelle navi ufficiali e rimase in Cina per circa due anni, visitando Pechino, Hangzhou[5], i principali templi Zen e molti luoghi importanti per un pittore di paesaggio. Questa vicenda ci testimonia ulteriormente l’importanza dei monaci Zen durante il periodo Muromachi: essi infatti “si occuparono attivamente del commercio ufficiale autorizzato con la Cina ed introdussero le tendenze culturali cinesi del periodo dei Song meridionali (1127 – 1279). Ripristinarono l’interesse e la conoscenza della lingua e della letteratura cinesi, introdussero gli insegnamenti riveduti di Confucio del tempo dei Song, noti come Neo-Confucianesimo, resero popolare lo stile dei Song della pittura paesaggistica monocroma e furono i promotori dell’architettura dei giardini, che raggiunse la perfezione con i giardini dei monasteri Zen di Kyoto di questo periodo e ora è copiata in tutto il mondo. Importarono anche l’uso del tè. (…) Il raffinato gusto estetico della corte degli Ashikaga e dei suoi monaci Zen lasciò un’impronta durevole sull’estetica giapponese. Esso poneva l’accento su ciò che è naturale, irregolare, piccolo e semplice piuttosto che sulle cose artificiali, foggiate dagli uomini, ampie e grandiose. Faceva mostra di un amore profondo per l’essenziale (…) era un’estetica che si accordava perfettamente con l’importanza data alla disciplina e alla vita spirituale del Giappone feudale e dei cavalieri e seguaci dello Zen. Ma corrispondeva anche, in una maniera tutta particolare, a quella certa semplicità e povertà del Giappone medioevale.”[6]. In questo periodo, in quanto sentito e prediletto dagli shogun Ashikaga, nonché utile per tutta la società giapponese, lo Zen divenne religione di stato, formalizzandosi nella gerarchia ufficiale dei templi di Kyoto chiamata Gozan, cioè “le cinque montagne”[7], ed ottenendo la fondazione di un proprio monastero in ognuna delle sessantasei province. Questi templi statali, soprattutto i cinque principali di Kyoto, divennero non solo accademie e luoghi di residenza per monaci che in gran parte erano contemporaneamente pure artisti e letterati[8], ma anche importanti centri della politica, in quanto gli adepti di questa setta, che predica l’essere presenti ed attivi nella realtà quotidiana, riuscivano ad essere, grazie alla loro vasta cultura, anche abili consiglieri in campo economico e diplomatico. La loro conoscenza della lingua e cultura cinese li rese indispensabili per la classe dei mercanti, che ospitavano sempre qualcuno di loro durante i viaggi nel continente; essi si occupavano soprattutto del commercio di arte ed opere letterarie, campo in cui divennero espertissimi. Anche la nascente classe di guerrieri e quella dei nuovi signori feudali trovarono nello Zen una religione che si adattava al loro stile di vita, in quanto ponendo l’accento sulla fiducia in sé stessi e sull’autodisciplina, era fondamentalmente concreta, semplice, legata all’esistenza quotidiana, rigettava tutti gli insegnamenti dottrinali (libri, arte sacra, rituali ecc…) ed i modi convenzionali per giungere alla verità, puntando su un’illuminazione improvvisa che era molto più alla portata di uomini d’azione come loro, che mettevano costantemente a repentaglio la propria vita[9]. Oltre che per la diffusione della cultura cinese dei Song meridionali, fatta di letteratura, giardini e pitture ad inchiostro, lo Zen ebbe un ruolo fondamentale in molti altri ambiti della cultura: ad esempio, senza un profondo legame con questa religione-filosofia per quanto riguarda i metodi, il sentire generale e lo scopo ultimo, non esisterebbero il teatro No [10] e la poesia giapponese (haiku[11]) come li conosciamo oggi; inoltre, con lo sviluppo di una vera e propria cerimonia del tè, lo Zen portò alla diffusione dell’ikebana e all’uso di ceramiche realizzate con stile semplice e naturale, stile che, dettato proprio dall’estetica Zen, ritroviamo in tantissime altre cose, tra cui l’architettura: è incredibile come la casa tipica del periodo Muromachi, estremamente essenziale[12], sia la stessa identica casa che possiamo trovare in Giappone anche oggi. Un’altra delle arti introdotte dallo Zen riguarda la musica: suonare un flauto chiamato shakuhachi era considerato una forma di meditazione, una pratica religiosa equivalente alla recitazione di un sutra, e quindi questa occupazione si diffuse ampiamente tra i monaci.

Oltre a questa cultura Zen, che per quanto cercasse di avvicinarsi alla gente, in questo periodo rimase ancora abbastanza sofisticata ed appannaggio quasi esclusivamente dei più ricchi, esistevano anche alcune forme di cultura popolare come il teatro, le fiabe e la poesia renga, che si diffusero in tutti gli strati sociali, continuando il processo di acculturazione delle masse che era già iniziato nei precedenti periodi Kamakura ed Heian. Per quanto riguarda il teatro, al popolo piacevano principalmente gli spettacoli comici e buffoneschi, anche se all’interno del sarugaku[13], che era il genere artistico più amato e diffuso, fatto di farse, sketch, mimi, danze, giochi di prestigio ed equilibrismo, iniziava già ad introdursi l’elemento drammatico considerato germe del No . Un’altra forma di spettacolo, molto vicina al teatro, che godette di ampio successo e diffusione in questo periodo, era la moda di quelli che noi chiameremmo i cantastorie, nelle sue due forme dello heikyoku (declamazione di poemi epici con l’accompagnamento musicale del biwa[14]) e del kuse mai (recitazione cantata di un testo narrativo secondo uno schema ritmico rigido in cui l’esecutore scandiva la declamazione battendo il tempo con il piede ed eseguendo semplici movimenti di danza sul palco[15]). Questa forma di intrattenimento fu anche l’origine della favolistica, poiché accanto ai racconti storici e tradizionali comparvero nuove storie, con risvolto morale, che avevano come protagonisti animali, fantasmi e spiritelli. L’ultima, importantissima forma di cultura popolare di questo periodo, fu la poesia renga[16], che sta all’origine dello haiku: si tratta di un particolare genere di poesia collaborativa[17] che consiste nel comporre catene infinite di versi, sottoposte a precise e rigide regole metriche e di significato.

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[1] Durante il periodo Kamakura c’era stato qualche scambio ma il governo chiuse i rapporti ufficiali con il continente. Fino al 1440 rimasero solo i pirati su quelle rotte.

[2] I mercanti-pirati giapponesi, noti con il nome di waka, infestarono le coste di Cina e Corea dal XIV al XVI sec.

[3] Primo shogun Ashikaga a riprendere il commercio con la Cina

[4] Edwin O. Reischauer Storia del Giappone, cit., pag. 53.

[5] Capitale dei Song meridionali

[6] Edwin O. Reischauer Storia del Giappone, cit, pag. 55.

[7] I cinque templi sono: Tenryu-ji, Shokoku-ji, Kennin-ji, Tofuku-ji e Manju-ji. Al giorno d’oggi il termine gozan è usato per indicare una festa che si svolge a Kyoto nel mese di agosto, durante la quale vengono accesi, su ognuna delle cinque montagne che circondano la città, degli enormi fuochi che visti dall’alto formano ideogrammi ed immagini.

[8] Questi monaci artisti erano chiamati gaso .

[9] Cfr. Miyeko Murase L’arte del Giappone, ed.Tea, Milano, 1996. Pag. 174

[10] Teatro drammatico tipico giapponese.

[11] Cfr. nota num. 2 dell’introduzione . Precisamente questo genere poetico nacque nel 600, ma è evidente che esso sia derivato da forme precedenti come il waka, che esisteva già dal IX sec. o il renga, di cui parlerò anche più avanti, che fiorirà proprio in questo periodo. Comunque lo haiku è una delle arti Zen per eccellenza, assieme alla pittura ad inchiostro, l’ikebana, l’arte della spada, il tiro con l’arco, la cerimonia del tè ed il teatro No ; cfr. inizio del cap. 2.

[12] Composta da giardino (a volte ce ne erano due, sia esterno che interno), ingresso, e stanze minimali così realizzate: spesse stuoie (tatami) coprivano completamente i pavimenti, per proteggersi dal freddo, dal momento che in casa si stava (ed ancora oggi si sta) senza scarpe; le porte erano tutte scorrevoli e gli armadi rigorosamente a muro; erano totalmente prive di mobili con l’eccezione di qualche paravento o tavolino basso, ma nelle stanze principali era sempre presente il tokonoma, cioè la nicchia in cui veniva messo in mostra un oggetto d’arte.

[13] Lett. = spettacolo delle scimmie

[14] Strumento tradizionale orientale: si tratta di un liuto a corde pizzicate.

[15] Dal sito internet: http://www.hogaku.it

[16] Lett. = poesia a catena o versi correlati

[17] Nate come una sorta di gioco o passatempo per un minimo di tre/quattro persone fino ad un massimo di 15, anche se oggi esistono dei siti internet dove si possono comporre renga con un numero illimitato di partecipanti.



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