Vita di SESSHŪ TŌYŌ (1420-1506)



Non sappiamo come si chiamasse veramente Tōyō Sesshū, entrambi questi nomi furono da lui assunti nell’ambito religioso Zen: il primo, che significa “salice”[1], gli fu assegnato, come si usava fare con tutti i novizi, all’età di dieci anni dai maestri del tempio Hōfuku-ji[2], che si trova nella provincia di Bitchū[3] dove egli era nato; il secondo, che significa “barca innevata”, lo scelse lui stesso verso quarant’anni, come era consuetudine dei monaci Zen che avevano raggiunto l’illuminazione[4], quando vide una bellissima calligrafia di Fan Chi Chu Shi, monaco e calligrafo Chan cinese di epoca Ming, che raffigurava appunto i due ideogrammi di “neve” e “barca”. Prima di farlo si consultò con un vecchio monaco del tempio Shōkoku-ji (che si trova a Kyoto, come vedremo in seguito) di nome Ryuko Shinkei[5] sul significato simbolico Zen delle due parole, che in giapponese si pronunciano setsu (neve) e shu (barca); questi gli rispose che la neve, così pura, cristallina, che copre tutto il mondo ed è e non è allo stesso tempo, poteva essere il simbolo della verità spirituale, mentre la barca, che galleggia sull’acqua, va in ogni direzione e quando non è legata è sempre in movimento, ricordava il flusso e riflusso dei pensieri e quindi poteva essere il simbolo dell’attività mentale. Inoltre la barca è anche un riferimento al viaggio e all’uomo in mezzo alla natura, quindi calzava a pennello nel caso di un artista di paesaggio.

All’epoca di Sesshū i monasteri Zen erano i più importanti istituti culturali ed egli, che probabilmente proveniva da una famiglia di contadini[6], fu molto fortunato ad entrarvi, anche se all’inizio del 400 lo Hōfuku-ji quasi sicuramente era ancora un esempio di tempio con ferrea disciplina ascetica tipico del periodo Kamakura[7], e non vi erano al suo interno monaci-artisti che potessero scoprire e coltivare il talento del giovane Tōyō; per questo motivo egli ribadirà molte volte nel corso della sua vita che, anche se in seguito divenne allievo del grande Shūbun[8], la sua prima, vera, grande ed inimitabile maestra era stata la stessa natura: tanto più che lo Hōfuku-ji si trova vicino alla Gola di Gokei, meraviglia naturale costituita da più di sedici chilometri di rocce a picco sul fiume. La più famosa delle molte leggende su Sesshū riguarda proprio il fatto che egli mostrava già da adolescente segni di grande amore per l’arte e di insofferenza verso la ferrea disciplina cui era sottoposto: si dice infatti che amasse a tal punto disegnare da farlo continuamente, anche in momenti non opportuni; così un giorno il suo maestro per punizione lo legò ad un pilastro del tempio e lo lasciò lì per qualche tempo. Quando, giunta la sera, credette opportuno di andarlo a liberare sussultò vedendo dei topi vicino ai piedi del novizio: ma poi, guardando bene, si accorse che non erano veri, bensì perfettamente disegnati da Tōyō, con le lacrime al posto dell’inchiostro ed i piedi anziché le mani[9].

Poiché l’iter dei monaci Zen prevedeva che essi intorno ai vent’anni, dopo aver finito gli studi primari, lasciassero il proprio tempio d’origine per completare gli studi viaggiando attraverso i monasteri di tutto il paese, circa nel 1440 Tōyō si recò a Kyoto, dove per vent’anni rimase presso il tempio Shōkoku-ji, che, situato proprio vicino al palazzo imperiale, era il più importante della capitale. Qui ebbe l’opportunità di vivere appieno l’atmosfera della città più bella, sofisticata e vitale del Giappone, nonché di diventare allievo del venerabile Shūbun: anche se di questo celebre maestro non ci resta nulla di attribuibile con certezza, possiamo desumere da fonti indirette che egli fosse solito realizzare lirici paesaggi di sogno, più vicini al Taoismo che allo Zen, ispirandosi all’arte coreana ed a quella cinese dei Song meridionali. Non abbiamo molte informazioni sulla vita di Sesshū allo Shōkoku-ji, sappiamo però che, nei suoi primi anni a Kyoto, si recò in pellegrinaggio a piedi al tempio Kenchō-ji di Kamakura, percorrendo la Tōkaidō[10]; sappiamo anche che, all’età di trent’anni, gli fu assegnato l’incarico di shika, cioè di “addetto ai visitatori”, intrattenitore, il che, anche se Miyeko Murase[11] sostiene fosse in realtà un semplice e degradante ruolo di usciere, sottolinea la sua versatilità di monaco, artista e uomo di mondo. Intorno al 1460 Sesshū lascia Kyoto per recarsi a Yamaguchi: Norihiro Ōuchi, signore di quella provincia (dal 1442 al 1465), si occupava del commercio con la Cina[12] ed era alla ricerca di un monaco Zen dotato di talento artistico che da una parte lo aiutasse negli affari in qualità di esperto, dall’altra si prendesse cura del tempio di famiglia Unkoku-ji; Sesshū, che amava viaggiare e che, come molti, desiderava andarsene da Kyoto per via della situazione politica molto tesa, accettò immediatamente l’incarico. Giunto a Yamaguchi si stabilì all’ Unkoku-ji[13], un piccolo tempio fuori città che divenne anche il suo studio, nonché uno dei più vitali centri culturali dell’epoca: Sesshū qui in provincia era considerato una personalità importante anche solo per il fatto che proveniva dalla capitale, e molti giovani giunsero dai paesi limitrofi per studiare presso di lui. Pochi anni dopo, intorno al 1464, il feudatario Ōuchi fece trasferire Sesshū lì vicino, a Suō, sempre nella “valle delle nuvole”[14], in una nuova casa-studio (che chiamò Unkoku-an), più grande ed adatta al mestiere di artista rispetto al piccolo tempio. Nel 1465 Masahiro Ōuchi, coetaneo di Sesshū, succedette a Norihiro. Fra i due nacque una forte amicizia nonostante il nuovo signore fosse un terribile sanguinario: si racconta ad esempio che, durante i conflitti Ōnin, al termine di un assedio fatto alla rivale famiglia Hosokawa, Masahiro tornasse a casa con ben otto carretti colmi di… teste mozzate ai nemici! Tranne episodi come questo, che forse all’epoca non apparivano così inconciliabili con l’amore per l’arte, di lui si ricorda il fatto che si adoperò in ogni modo, anche durante il regno del figlio Yoshioki (1477-1528), affinché la sua Yamaguchi diventasse splendida quanto Kyoto: ovviamente il gasō [15] Sesshū, presso il quale Masahiro si recava spesso a prendere il tè, fu tra i principali fautori di questa fioritura culturale.

Nel 1467, mentre nella capitale scoppiava la guerra Ōnin, Sesshū finalmente realizza il suo grande sogno, partendo per la Cina con un discepolo[16], alcuni ambasciatori e molti mercanti. Si trattava di una vera e propria flotta di navi, appartenenti sia alla famiglia Ōuchi che allo shōgun, cariche non solo di merci da vendere ma anche dei tributi o “doni” che il “re del Giappone”[17] doveva offrire all’imperatore della Cina per poter attraccare legalmente nei suoi porti. Il viaggio durò per circa tre mesi, e si dice che a bordo delle navi si ubriacassero così tanto e spesso che, arrivati finalmente in Cina, non riuscirono neppure a compiere le manovre necessarie per entrare nel grande porto di Ningbo! Non sappiamo se, una volta giunti a destinazione, i vari componenti della spedizione si siano divisi o abbiano visitato autonomamente il paese; non conosciamo precisamente neppure l’itinerario seguito: sappiamo solo che rimasero in Cina per più di due anni e che sicuramente Sesshū si recò in tutti i centri Zen nelle vicinanze di Ningbo, nelle province limitrofe, sacre per lo Zen, di Zhejian e Jiangsu, visitò Beijing (Pechino), Hangzhou, la montagna dorata e buona parte del corso del fiume Yangzijiang. Nel tempio Tian Dong shan, che si trova pochi chilometri ad est di Ningbo ed è forse il più importante per i monaci della setta Zen Rinzai, Sesshū venne accolto con molti onori[18] e fu invitato ad occupare la prima sedia, cioè ad accomodarsi, nella grande sala del Buddha, di fianco al priore del tempio: anche se probabilmente si trattò solo di una formale espressione di ospitalità, Sesshū fu talmente orgoglioso di ciò da usare in alcune sue opere[19] l’espressione “occupante la prima sedia al tempio Tendō (forma giapponese di Tian Dong shan)” come se fosse un titolo onorifico. Un avvenimento del genere, seppur piccolo, ci testimonia il fatto che in Cina il nostro monaco-artista ebbe modo di entrare in contatto con molte persone importanti, e questo è soltanto uno tra i tanti aspetti che rendono quel viaggio l’evento fondamentale nella vita di Sesshū: infatti, per tutti gli abitanti (eccetto che per i pirati!) di un paese chiuso e tradizionalista come il Giappone, l’opportunità di compiere un viaggio così lungo era un’occasione rarissima da sfruttare al massimo e conservare come un tesoro per l’intera vita. Sesshū, per più di due anni consecutivi, ebbe occasione di riempire i suoi occhi ed il suo cuore, e sicuramente anche molti album per schizzi, di tutto ciò che vedeva e sentiva: natura, architettura, opere d’arte, letteratura, istituzioni, riti, usanze… ma anche echi e suggestioni di ciò che in Cina si conosceva di paesi ancora più lontani ed impossibili perfino da immaginare per un giapponese. Non solo, sappiamo anche che Sesshū, per quanto fosse amante dell’estasi alcolica, non si lasciò ubriacare da tutte queste novità, riuscendo a mantenere un forte senso critico: quando infatti, giunto a Pechino, poiché desiderava conoscere di persona un qualche grande maestro del pennello, fu condotto presso il circolo degli accademici al servizio dell’imperatore Xian Zong (della dinastia Ming, regnò tra 1464-1487), trovò che la nuova generazione di artisti cinesi mancasse totalmente di incisività, personalità ed inventiva, essendo tutti “di seconda mano”, cioè impegnati solo a copiare le grandi opere del passato. Con questo probabilmente voleva sottintendere che, dal momento che anche i pittori giapponesi, lui compreso, si rifacevano da sempre all’arte dell’antica Cina, riuscivano a farlo in modo più innovativo ed originale, mettendoci qualcosa di proprio, cioè non semplicemente copiando ma prendendo spunto da e misurandosi con i grandi maestri. Uno dei meriti artistici di Sesshū consiste proprio nell’aver liberato l’arte giapponese dalla sudditanza rispetto alla Cina, rivisitando schemi, tecniche, temi e stereotipi di quella tradizione così antica e diversa sulla base di un gusto e di uno stile più moderno e nazionale.

Tornato in Giappone Sesshū fu accolto come una star, e non soltanto dagli artisti, che si recarono presso di lui in massa poiché era l’unico pittore nipponico dell’epoca che avesse visto di persona paesaggi, opere d’arte e giardini cinesi, ma anche dalla gente comune: tutti erano curiosi di ascoltare qualsiasi racconto sulla Cina egli desiderasse fare, tutti volevano sapere cosa aveva visto e con chi aveva parlato, tutti, ora più che mai, lo cercavano per avere il suo parere su svariati argomenti e tenevano in gran considerazione ogni suo giudizio. Non tornò a Kyoto, forse solo perché la guerra civile stava mettendo a ferro e fuoco la città, ma molto più probabilmente non avrebbe voluto tornarci comunque, poiché amava moltissimo la vita tranquilla in provincia e soprattutto la sua libertà. Sesshū, infatti, è considerato dalla storia dell’arte[20] il primo artista giapponese indipendente proprio perché riuscì a creare opere interamente personali, cioè non commissionate dal potere religioso dei monasteri buddhisti, e neppure da quello politico dello shōgun o dell’imperatore: grazie ai suoi mecenati, che, fidandosi del suo gusto e senza avere altri specifici secondi fini, furono onoratissimi di mantenerlo purché realizzasse qualcosa che semplicemente abbellisse le loro città e contribuisse ad elevarle dal punto di vista culturale, l’arte di Sesshū riesce ad essere sempre fresca, vigorosa, vibrante ed originale, gioiosa e libera espressione del talento di un grande personaggio che fu protagonista del suo tempo. Un’altra motivazione per cui Sesshū viene posto all’origine dell’indipendenza e dell’autoconsapevolezza degli artisti in Giappone, è il fatto che, per primo, firmò alcune opere e vi pose il suo sigillo; purtroppo[21] iniziò a farlo solo dopo i sessant’anni e non continuò in maniera sistematica fino alla morte, ma dobbiamo capire che, per la società in cui viveva, anche solo un’unica firma costituiva un gesto di grande significato rivoluzionario: all’epoca non era considerato dignitoso né giusto né pio esibire, come per vantarsi, il proprio nome su ciò che si realizzava, soltanto i grandi maestri possedevano formalmente questo onore e, solitamente, non ne approfittavano neppure, per non peccare di superbia. Senza paura di essere giudicato, Sesshū sovvertì la tradizione in maniera costruttiva, sia liberando l’arte da restrizioni, schemi e subordinazioni, sia conferendo dignità ed autonomia al mestiere di artista: questo, credo, fu il suo principale contributo all’evoluzione del suo paese.

Tornato in Giappone dunque, Sesshū preferì vivere in provincia; prima di ristabilirsi a Yamaguchi però, visitò buona parte del paese recandosi anche al monte Fuji, e questo sia perché amava viaggiare, soprattutto per fare degli schizzi ispirandosi alla natura dal vero, sia perché il suo signore, che era impegnato nella guerra Ōnin, in questo momento non necessitava dei suoi servigi. Sesshū amava il paesaggio aspro, frastagliato, scabro, accidentato ed irregolare delle montagne vulcaniche del sud del Giappone, e questa sua passione traspare in tutti i suoi dipinti, costituiti sempre da scorci dinamici, virili, originali, vitali, continuamente variati e mai da dolci paesaggi delicati ed onirici come quelli dei pittori che avevano vissuto solo a corte o all’interno dei templi buddhisti. Per un paio di anni consecutivi visse nel Kyūshū[22], nella prefettura di Ōita, dove costruì una casa studio che chiamò Tenkai Togaro Ki, ovvero “padiglione di pittura creato dal cielo”: anche qui era ammirato da tutti, sia nobili che gente comune, e costantemente circondato di allievi e visitatori che desideravano una sua opera o semplicemente parlare con lui[23]. Dal momento che a Kyoto, devastata dalla guerra, quasi tutti i templi erano stati distrutti o abbandonati, il Tenkai Togaro Ki e l’Unkoku-an divennero, come altre case private, importantissimi poli di aggregazione per artisti e uomini di cultura. In queste meravigliose cornici naturali di monti e fiumi, il celebre monaco-pittore continuò a lavorare liberamente per svariati signori dell’epoca e per la famiglia Ōuchi, realizzando dipinti, paraventi e giardini. Non sappiamo con precisione l’anno in cui si ristabilì definitivamente nel suo vecchio studio in provincia di Yamaguchi, ma di sicuro si trovava lì da un po’ quando, nel 1486, anno in cui realizzò il Rotolo lungo delle quattro stagioni, all’età di sessantasei anni, l’indipendenza creativa di Sesshū fu suggellata dal suo signore con una sorta di pensionamento: da questo momento in poi sarà mantenuto dalla famiglia degli Ōuchi senza bisogno di produrre esclusivamente per loro. Grazie al suo talento ed alla continuità del lavoro in tanti anni era riuscito finalmente ad emancipare il mestiere dell’artista da ogni possibile condizionamento; ora era libero di dipingere davvero tutto ciò che desiderava ed aveva a disposizione l’intera giornata per sé e per i suoi discepoli. Intorno ai settant’anni Sesshū si avvicinò al Taoismo e questo si tradusse in arte con un accresciuto interesse per la pittura di “fiori ed uccelli” e di piccoli paesaggi in stile hatsuboku[24], nei quali possiamo godere dell’assoluta grandezza e perfezione di un’arte maturata nel corso di una lunga vita. Possediamo pochissime informazioni sugli ultimi anni di Sesshū: sappiamo che si recò a Masuda per realizzare un paio di giardini e che, anche se non abbiamo notizie o documenti specifici, sicuramente egli fu attivo fino alla fine dei suoi giorni. Morì l’otto agosto del 1506; con lui se ne andarono gli ideali della cultura cinese ed anche lo Zen venne a poco a poco soppiantato dal Neo-Confucianesimo.

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[1] Probabilmente fu scelto per lui questo nome solo perché era alto e magro, ma non è da escludere che ci fosse anche un più profondo significato spirituale.

[2] Tempio fondato nel 1232, ancora esistente anche se gli edifici antichi sono andati distrutti

[3] Odierna provincia di Okayama.

[4] Il nome scelto di solito conteneva almeno una sillaba di quello del maestro; nel caso di Sesshū egli decise invece di rifarsi ai suoi due illustri predecessori della pittura di paesaggio cioè Josetsu e Shūbun.

Le fonti principali per tutte le notizie di questo capitolo sono: John Carter Covell Under the seal of Sesshū, ed. de Pamphilis, New York, 1941. Pag da 3 a 36 (cap. the life of Sesshū); Miyeko Murase Sei secoli di pittura giapponese, ed. Fenice, Milano, 2000, pagg. 29ss.

[5] Esiste un manoscritto che questo monaco diede a Sesshū in cui sono contenute tutte queste notizie.Cfr. http://www.tobunken.go.jp/%7Ebijutsu/english/publications/bijutukenkyu/abstract/63.html

[6] Non sappiamo nulla di certo, tranne che il nome della famiglia da cui proveniva era Oda, che significa “piccoli campi” e ci rimanda al duro lavoro delle risaie palustri della provincia di Bitchū. Cfr. John Carter Covell Under the seal of Sesshū, cit.

[7] Il nuovo spirito di rinascimento cinese sviluppatosi nei monasteri delle cinque montagne non si era ancora ben diffuso al di fuori di Kyoto.

[8] Tenshō Shūbun (prima metà del XV sec.) monaco Zen ed artista, allievo del grande Josetsu, divenne pittore ufficiale dello shōgun. Maestro di molti importanti pittori, alla sua morte fu sostituito dall’allievo Oguri Sōtan. Forse Sesshū era più dotato di talento ma di sicuro era meno adatto per un incarico accademico del genere; probabilmente fu egli stesso a non accettare la successione per via del suo carattere restio alla gerarchia ed alla disciplina, e perché preferiva la vita imprevedibile ed itinerante di un artista-viaggiatore (Sesshū è uno dei primi artisti indipendenti del Giappone); inoltre il suo stile vigoroso era molto diverso da quello del maestro, più dolce ed effeminato, che probabilmente venne invece seguito da Oguri Sōtan.

[9] Una curiosità: questa leggenda è talmente famosa e diffusa in tutto l’estremo Oriente che un’azienda coreana di software, in una pagina internet in cui spiega il funzionamento di un programma per realizzare immagini animate, utilizza come esempio di animazione proprio un corto basato su questa breve storiella. Cfr. http://www.wacomdigital.co.kr/technical/fl5/fla5_ae.pdf

[10] La Tōkaidō è una delle due strade storiche che collegano Tokyo a Kyoto: si snoda lungo la costa orientale, mentre l’altra, che si chiama Nakasendō, passa attraverso i monti dell’interno.

[11] Miyeko Murase Sei secoli di pittura giapponese, cit., pag. 29

[12] Possedeva un commercio regolare con la Cina, cioè da essa autorizzato, indipendente da quello dello shōgun.

[13]Il nome di questo tempio-studio deriva da quello della località in cui si trova, cioè la “valle delle nuvole”, così chiamata perché spesso attraversata da meravigliose nebbie fluttuanti. Questo scenario naturale, come tutti quelli che circondavano la piccola cittadina, era molto amato da Sesshū, che frequentemente passeggiava per trovare pace ed ispirazione. Il nome Unkoku è importante anche perché sarà assunto da una delle diverse scuole nate dopo la morte del maestro, precisamente da quella di Tōgan (vedi cap. 7).

[14] Cfr. nota num. 103

[15] Monaco-artista. Cfr. nota 81 pag.43.

[16] Il fedelissimo Shūgetsu, che conosceremo meglio nel capitolo sette

[17] L’imperatore della Cina, con grandissima vergogna per i giapponesi, costrinse lo shōgun ad assumere questo titolo per poter commerciare con il suo paese.

[18] Non bisogna dimenticare che all’epoca i monasteri Zen fungevano da albergo per tutti i visitatori stranieri, anche semplici mercanti non appartenenti alla setta: probabilmente a Sesshū fu concesso tanto onore poiché era l’unico della spedizione a conoscere la filosofia Zen.

[19] Tra cui anche il rotolo lungo delle quattro stagioni descritto nel capitolo 6 di questa tesi.

Probabilmente Sesshū considerò un grande onore quel gesto dei monaci cinesi anche perché si racconta che il grande Dōgen (1200-1253, monaco Zen giapponese che studiò in Cina e tornato a casa fondò la setta Sōtō) quando giunse in quello stesso tempio, fu costretto suo malgrado ad occupare l’ultima sedia della sala del Buddha; poiché ritenne che quel fatto fosse avvenuto solo perché era straniero, Dōgen si lamentò dell’accaduto direttamente con l’imperatore della Cina, che intervenne a sistemare la questione.

[20] Miyeko Murase L’arte del Giappone, cit. pag.200.

[21] Dal momento che Sesshū dipinse praticamente ogni giorno della sua vita a partire dall’età di dodici anni, possiamo ben capire quanto sia enorme il numero di lavori distrutti, perduti o che non potremmo mai attribuire al maestro. Per via di questa grave mancanza di opere autografe è impossibile ricostruire il percorso formativo di Sesshū come di moltissimi altri artisti ; inoltre le attribuzioni su base unicamente stilistica, senza altro tipo di fonte indiretta, non sono mai sicure, tanto più in un paese come il Giappone che abbonda di copie e manomissioni di opere d’arte.

[22] Grande isola a sud del Giappone. Questo è un punto abbastanza oscuro della vita di Sesshū: egli infatti visse in questa regione stranamente a partire dal 1474, anni in cui quelle terre, che prima appartenevano alla famiglia Ōuchi, erano state invase dalla famiglia Otomo.

[23] A questo proposito esiste una specie di memoriale, in cui viene descritta la vita dell’artista nel Kyūshū, scritto dal monaco Bofu Ryōshin, amico di Sesshū che era andato a trovarlo.



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