La Via dello Zen



Capitolo primo

LA VIA DELLO ZEN

Cos’è lo Zen? Anche se questo termine è entrato oramai a far parte del linguaggio comune occidentale, rimane tuttavia abbastanza complicato rispondere a questa domanda senza correre il rischio di cadere in luoghi comuni o banalità.

Il Buddha non lasciò disposizioni né rivelazioni precise ai suoi discepoli, se non la testimonianza della sua vita, poiché essendo illuminato sapeva bene che la verità usa molte vie per mostrarsi alla mente degli uomini, e che il tempo cambia tante cose. Così, dopo la sua morte, i discepoli diretti iniziarono ad interpretare in tutti i modi possibili i suoi discorsi ed insegnamenti, dando origine ad infinite sette che per quanto diverse rimangono in armonia tra loro poiché la base comune a tutte è la vita del Buddha. I maestri Zen utilizzano un episodio di essa (anche se ne conoscono bene l’origine puramente leggendaria) come mezzo per restare uniti all’autorità buddhista nonostante ne rigettino ogni insegnamento dottrinale. Secondo la tradizione un giorno il Buddha radunò tutti i suoi discepoli sul “picco degli avvoltoi” per esporre loro la dottrina; decise però di farlo senza parole e così si limitò a sollevare un fiore che aveva in mano. Nessuno capì il gesto, tranne il venerabile Mahakasyapa, che comunicò la sua comprensione al maestro con un sorriso sereno. Allora Buddha parlò, e disse che proprio Mahakasyapa possedeva il segreto mistero della sua disciplina, il più prezioso tesoro spirituale, cioè l’illuminazione.

Da Mahakasyapa a Bodhidharma si succedettero ventotto patriarchi della corrente dyhana (=meditazione) del Buddhismo indiano, che si concentrò sull’approfondimento del concetto di illuminazione.

Nel 500 d.c. Bodhidharma si recò fino in Cina per divulgare la sua filosofia, che qui trovò terreno fertile per crescere con il nome di Chan, seppur depurata di molti elementi metafisici che, indispensabili per la fantasia indiana, mal si adattavano alla semplicità pratica dei cinesi. Solo a partire da questo momento inizia a svilupparsi lo Zen[1] come lo conosciamo anche oggi: infatti, come sostiene Alan W. Watts[2], il profumo dello Zen è tipicamente cinese poiché le sue origini non sono da ricercarsi solo nel Buddhismo, ma anche nel Confucianesimo e soprattutto nel Taoismo, cioè nelle due tradizioni filosofiche complementari che caratterizzavano la società cinese antica[3].

Portato in Giappone dal monaco Eisai nel 1191 assunse il nome di Zen. Qui trovò una civiltà particolarmente adatta a riceverlo e solo duecento anni più tardi, durante il periodo Muromachi (1336-1573), fiorì in tutto il suo splendore ed ancora oggi, pur non essendo la “religione” dominante, pervade di sé tutti gli aspetti della cultura di questo paese.

Lo Zen, quindi, è la derivazione giapponese del Buddhismo Chan, che è la rielaborazione cinese della dottrina indiana dell’illuminazione.

Non si può parlare in modo specifico di religione, filosofia o disciplina mistica, poiché non ha niente a che fare con dogmi, sistemi o contatti con qualche divinità; è una conoscenza intuitiva dell’assoluto che non può essere insegnata per mezzo di libri o discorsi. “Se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo, nessuna emozione estrema. Non si è turbati né da atteggiamenti ingenerosi né da azioni egoistiche. Si serve l’umanità umilmente, attuando con misericordia la propria presenza in questo mondo e osservando la propria fine come un petalo che cada da un fiore. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità” [4].

Lo Zen è soprattutto un’esperienza personale svincolata da ogni tipo di schema, e proprio per questa sua caratteristica può sembrare, a prima vista, una cosa molto elementare e sciocca, troppo semplice per essere la soluzione dei problemi esistenziali che da sempre opprimono l’uomo.

Chiunque si avventuri ad esplorarne le profondità, spinto da uno spirito di ricerca che desidera scivolare oltre la superficie delle cose, si troverà di fronte ad una originalissima “via” che tutti gli esseri umani avrebbero la potenzialità di seguire ma di cui soltanto pochissime persone riescono a penetrare il reale significato.

Verso la fine del primo volume di Saggi sul Buddhismo Zen, D.T.Suzuki esprime un pensiero che credo sia utile per far comprendere a chiunque cosa sia realmente lo Zen: parlando in generale delle varie religioni e filosofie prodotte dall’uomo egli dice che “tutto ciò che” le “ rende vitali ed ispiratrici (…), conservandone l’utilità e l’efficienza, è dovuto alla presenza in esse di quello che designerò come -elemento Zen-. Il puro e semplice scolasticismo o sacerdotalismo non basteranno mai a creare una fede viva. La religione esige qualcosa che sia attivante ed energizzante, capace di operare. L’intelletto è utile, al suo posto, ma quando cerca di esplorare l’intero campo della religione inaridisce ogni fonte di vita. Il sentimento o la pura e semplice fede sono ciechi, disposti ad afferrarsi alla prima cosa in cui si imbattono e considerarla come la realtà suprema. Il fanatismo è abbastanza vitale per quanto riguarda la sua esplosività, ma non è una vera religione e provoca la distruzione dell’intero sistema, per non parlare poi del suo stesso destino. Lo Zen è ciò che fa scorrere il sentimento religioso nel canale più appropriato e dà vita all’intelletto. Lo Zen ottiene questo risultato offrendo un nuovo punto di vista da cui scorgere le cose, un modo diverso di valutare la verità e la bellezza della vita e del mondo, scoprendo una nuova sorgente di energia nei recessi più intimi della coscienza, e conferendo un senso di completezza e sufficienza.”[5] .

Secondo quanto egli afferma, quindi, lo Zen non è una cosa così lontana ed inafferrabile: chiunque può sperimentarlo e sicuramente moltissime persone già lo vivono pur senza chiamarlo con questo nome.

La via dello Zen, per raggiungere l’immersione mistica e ritrovare l’unione con il centro dell’universo, consiste nel dimenticare il sé, superare ogni dualismo e raggiungere l’illuminazione.

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[1] Utilizzo la parola “Zen” solo per una più facile comprensione: come ho detto nella frase precedente in Cina si chiamava Chan.

[2] Cfr. Alan W. Watts La via dello Zen, cit. Pag. 19.

[3] Il Confucianesimo “s’interessa alle convenzioni etiche, giuridiche e rituali che provvedono la società del suo sistema di comunicazione. (…) In altre parole, si preoccupa della conoscenza convenzionale, e sotto i suoi auspici i fanciulli vengono allevati. (…) Il Taoismo, d’altro lato, è in genere una meta di uomini più anziani, e specialmente degli uomini che stanno per ritirarsi dalla vita attiva della comunità. Il loro ritiro dalla società è una specie di simbolo estrinseco di una intrinseca liberazione dai legami dei modelli convenzionali di pensiero e di condotta. Il Taoismo infatti si interessa alla conoscenza non convenzionale, con una comprensione diretta della vita (…). Ma il Taoismo non va inteso come rivolta contro la convenzione (…), è una via di liberazione che non si attua mai con mezzi di rivolta (…). Essere liberi dalla convenzione non significa respingerla, ma non farsi da essa fuorviare: saperla usare come strumento anziché esserne usati. L’Occidente non ha alcuna istituzione riconosciuta corrispondente al Taoismo, poiché la nostra tradizione spirituale ebraico-cristiana identifica l’assoluto-dio con l’ordine logico e morale della convenzione.” Alan W. Watts La via dello Zen, cit. Pag 26-27.

[4] 101 storie Zen a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps ed. Adelphi , Milano 1973. Introduzione pag. 10.

[5] Daisetz T. Suzuki Saggi sul Buddhismo Zen ed. Mediterranee, Roma 1975. Volume primo pag. 253.


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