Introduzione



Studiare le diverse religioni in modo oggettivo e distaccato (per quanto possibile!) è utilissimo per comprendere quanto quello che il credente chiama “divino”, in realtà sia la proiezione di ciò che di più profondo esiste in ogni uomo.

Da sempre, in modo diverso a seconda del luogo geografico e degli eventi storici, l’intelligenza di cui siamo dotati ci porta spontaneamente a stupirci dell’esistenza, formulare sistemi di pensiero per appagare lo spirito, cercare un fondamento etico per la vita quotidiana, inventare una realtà trascendente cui prima o poi tutto si dovrà ricongiungere.

La relativa parzialità dei miei studi mi impone di limitare il discorso ad una contrapposizione superficiale tra cultura europea e cultura orientale di Cina e Giappone, ma penso che nei loro tratti fondamentali queste fonti siano esemplari anche del pensiero di altri paesi e quindi credo di poter parlare di Oriente ed Occidente in generale.

Entrando in contatto con filosofia, storia, arte, lingua, letteratura e fenomeni di costume di queste due parti del mondo salta subito all’occhio l’esistenza di una grande diversità di base da cui si possono far derivare poi tutte le altre: il rapporto dell’uomo con il mondo circostante.

Nella cultura occidentale in cui siamo immersi viene data un’enorme importanza all’individuo in quanto essere pensante. Il “dono” della ragione, la caratteristica che ci distingue dagli altri esseri viventi, è stato assunto come valore assoluto: l’uomo è al centro dell’universo, domina tutto il resto, razionalizza, elabora, sperimenta. Da questo postulato originario deriva tutta una serie di conseguenze che caratterizzano la nostra cultura, come la concezione lineare del tempo, la distinzione tra bene e male, l’importanza della realtà oggettiva, della scienza, del progresso, della gloria, della vittoria, dell’affermazione di sé, l’invenzione di divinità antropomorfe.

Avvicinandomi in punta di piedi alla cultura orientale ho scoperto che esiste un mondo completamente diverso derivato da un altro modo di vedere la questione: se l’uomo è solo una delle tante parti che compongono l’universo, e non esiste niente che ci permetta di pensare che l’intelletto debba essere una dote superiore rispetto ad esempio alla fotosintesi clorofilliana, allora il tempo diventa un cerchio, non esistono divinità ma forze invisibili, si ampliano i concetti di realtà e di bene e male, diventano fondamentali valori come tolleranza, amore, comprensione e compassione verso tutti gli esseri e le cose.

Intrisa com’ero di studi umanistici e di abitudine ad un certo tipo di pensiero, devo ammettere che la scoperta mi ha sconvolta! ‘E stato molto difficile comprendere veramente fino in fondo questa diversità, mi veniva spontaneo fare riferimento alle mie categorie di pensiero, o riallacciarmi a qualcosa di simile che avevo letto, sentito o vissuto, ma non esiste niente di davvero uguale: infine ho capito che bisogna conoscere a fondo la cultura che per nascita ci condiziona, per poterla osservare dall’esterno avendo scoperto quali sono i vizi di forma del nostro modo di ragionare; solo dopo ci si può esercitare a sospendere ogni giudizio e con mente sgombera lasciare entrare nuove suggestioni.

Allo stesso modo, prima di studiare qualsiasi aspetto della cultura orientale è fondamentale comprendere lo spirito essenzialmente buddhista che sta alla base di quel pensiero, altrimenti, visto con i nostri occhi, tutto ci potrebbe sembrare affascinante ma incomprensibile, inutile, bizzarro, kitsch. Ad esempio, dipingere “fiori e uccelli[1] non è che uno sfondo, un esercizio, una minima parte della nostra cultura figurativa fatta di ritratti e pale d’altare; oppure ci sembra inutile il doversi concentrare per una cosa naturale come la respirazione, o spendere tempo ed energia per fabbricare cose effimere; un dramma è comunemente da noi considerato noiosissimo per via della lentezza, della musica monotona, della capitale importanza di particolari microscopici; la filosofia Zen, per via della bizzarra irrazionalità dovuta al carattere non logico dei suoi assunti, stenta ad essere annoverata da noi tra i sistemi filosofici “seri”, che possono condurre ad una più chiara visione della realtà; lo haiku [2] è un esempio perfetto di espressione culturale lontanissima dalla nostra capacità di comprensione. La cultura giapponese è influenzata alla radice dal Buddhismo Zen, esso è “penetrato in quasi tutti gli aspetti della vita di quel popolo: architettura, poesia, pittura, giardinaggio, atletica, professioni e mestieri; ha pervaso il linguaggio e il pensiero di ogni giorno della gente più ordinaria. Infatti, per l’ingegno di alcuni monaci, come Dōgen, Hakuin e Bankei; di poeti come Ryōkan e Bashō; e di un pittore come Sesshū, lo Zen è divenuto straordinariamente accessibile alla mente comune”[3]. Tra le altre cose, questa influenza è dimostrata dal fatto che, in base alla concezione giapponese di arte, sia possibile creare qualcosa che muova l’animo in profondità solo attraverso un processo creativo intuitivo, perché è la cosa che più ci avvicina al mistero della vita[4]. Occorre utilizzare un metodo non scientifico, brutale, disumano, irrazionale per risvegliare il “genio” che si trova in ognuno di noi, poiché esso è una cosa al di là della conoscenza: bisogna esaurire ogni altra risorsa ed essere completamente vuoti, diventare strumenti passivi dell’ispirazione. Il misticismo giapponese è fatto di calma e amore per ogni più piccolo aspetto della natura, di raccoglimento e ricerca del vuoto, ma soprattutto di silenzio: quando si prova qualcosa di profondo non si può esprimere con parole perché sarebbe un modo di interferire eccessivamente con il proprio io nella verità pura dell’universo.

Ho fatto questa introduzione per non dare per scontato e banale il pensiero alla base di una tesi su un argomento spirituale come la pittura ad inchiostro: il fatto cioè che questa espressione artistica, la cui bellezza non è puramente formale e materiale, parla ad ognuno di noi, perchè tutti, volenti o nolenti, possediamo anche solo a livello inconscio una “religione”, intesa in senso etimologico come credenza alla base di tutto ciò che facciamo o pensiamo, ed è proprio con quella parte nascosta di noi che il suiboku-ga[5] entra in contatto.

Ritengo necessario inoltre, prima di passare all’argomento principale di questa tesi, cioè l’analisi del Rotolo lungo delle quattro stagioni di Sesshū Tōyō, scrivere qualcosa riguardo la filosofia Zen, l’estetica che ne deriva e la storia del Giappone, perché “un’opera d’arte non è un insetto, i suoi rapporti col mondo non sono accessori o casuali ma entrano a costituirla in modo tale che appare rischioso ridurla ad un gioco astratto di strutture comunicative ed equilibri relazionali”[6] .

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[1] Categoria pittorica tra le più classiche in Oriente.

[2] Forma poetica tipicamente giapponese famosa per la sua brevità: uno haiku è composto da soli tre versi , rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe. Il contenuto degli haiku classici riguarda sempre la natura e le stagioni.

[3] Alan W. Watts La via dello Zen, ed. Feltrinelli, Milano, 1971. Pag. 119

[4] Vedi capitoli secondo e terzo.

[5] Nome giapponese per la pittura ad inchiostro. Specificazione rispetto al termine più generale “sumi-e” (lett. “pittura ad inchiostro”) usato per classificare questo genere di pitture, la parola suiboku-ga significa più ampiamente “dipinto a inchiostro ed acqua”, enfatizzando così la sfumatura di colore piuttosto che la materia con cui il dipinto viene realizzato.

[6]Umberto Eco Opera aperta cit in Massimo Firpo Gli affreschi di Pontormo a San Lorenzo ed. Einaudi, Torino 1997.


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